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“E se fosse troppo tardi?”

  • 7 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

La paura di tornare e la paura di essere lasciati andare...



Una porta di legno consumata dal tempo, socchiusa, illuminata da una luce calda che filtra dall’interno, immersa in un’atmosfera silenziosa e contemplativa.

C’è una domanda che torna spesso, nelle parole di chi si racconta, nei silenzi che restano sospesi, nelle storie che sembrano non essersi mai davvero chiuse ed è una domanda semplice solo in apparenza, perché dentro contiene una paura enorme:


“E se tornassi… e l’altra persona non volesse più sentirmi?”

“E se fosse troppo tardi?”


Questa paura non nasce dal disinteresse e nemmeno dalla superficialità, ma ha inizio quasi sempre da un sentimento profondo, incastrato in qualcosa che non ha trovato spazio, tempo, o modo per essere spiegato fino in fondo.


Chi pensa di tornare vive spesso un conflitto ambivalente interiore molto forte:

da una parte c’è il bisogno autentico di chiarire, di raccontare ciò che non è stato possibile dire prima, di spiegare i propri limiti, i vincoli, gli errori, le mancanze e dall’altra c’è il timore paralizzante di essere respinti ancora prima di poter parlare, di essere giudicati senza che il contesto venga davvero ascoltato, di essere fraintesi in ciò che si deve dire... o ancor peggio di entrare in una dinamica di non riconoscenza del proprio atto e quindi dell'annientamento del proprio io.


La mente comincia a costruire scenari, a immaginare risposte che forse non arriveranno mai, a ripetersi che aprirsi potrebbe significare perdere definitivamente quella persona ed è proprio lì che nasce l'alternanza: il desiderio di avvicinarsi che si alterna al bisogno di proteggersi, la presenza silenziosa che prende il posto delle parole, l’attesa che diventa osservazione costante.


Non perché manchi il sentimento, ma perché tornare richiede un coraggio enorme: quello di esporsi senza sapere come si verrà accolti.


Dall’altra lato, però, c’è anche chi è rimasto, chi ha vissuto il caos, la confusione, l’incertezza, magari anche il dolore di un allontanamento improvviso, o di una situazione che è diventata ingestibile, oppure c'è chi a un certo punto ha detto “basta” non per mancanza d’amore, ma per proteggersi, perché restare significava continuare a farsi male.


Sì, anche lì nascono paure profonde.


La paura che un ritorno riporti con sé le stesse dinamiche, la stessa instabilità, lo stesso senso di smarrimento. La fobia di riaprire una porta che era stata chiusa con fatica, di rimettersi in una posizione vulnerabile dopo aver ricostruito un equilibrio ed è proprio qui che spesso si crea il grande fraintendimento.


Chi vorrebbe tornare interpreta il silenzio come disinteresse, come chiusura definitiva.

Chi è rimasto interpreta l’assenza di un passo chiaro come mancanza di responsabilità, o di reale volontà.


Due paure che si guardano da lontano, senza parlarsi davvero.

Due vissuti che si sfiorano senza incontrarsi.


Eppure, quando il legame è stato autentico, c’è una verità che resta valida al di là di tutto...


Tornare è un atto di coraggio e lo è anche ascoltare chi torna.

Non significa perdonare automaticamente, né ricominciare per forza, né cancellare ciò che è accaduto...

Significa dare dignità alla verità, permettere che venga detta, anche quando è scomoda o dolorosa.


Una persona emotivamente matura non sbatte la porta in faccia a qualcuno che arriva con il cuore pieno di spiegazioni, di scuse, di consapevolezza, di chiarimenti e questo non per debolezza e nemmeno per ingenuità, ma per rispetto di ciò che è stato e di ciò che si è condiviso.

Ascoltare non è sinonimo di cedere.

È scegliere di restare umani, anche quando si è stati feriti.


Se poi non sarà il momento giusto, se le strade non si incontreranno di nuovo, se il chiarimento non porterà a un ritorno, almeno nessuno avrà tradito se stesso. Nessuno avrà lasciato irrisolto ciò che chiedeva di essere guardato in faccia.


In queste paure ci sono troppi se ... ed è opportuno guardarle in faccia ... sempre.


A volte non è la riconciliazione a guarire, ma la possibilità di dire finalmente la verità senza paura e questo, quando l’amore è stato reale, è già una forma profonda di rispetto.



Ma tu... dì la verità a te stesso/a... ce l’hai quel coraggio?



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