Intervista ad Abigail & Marika
- 24 gen
- Tempo di lettura: 7 min
Questa intervista nasce dall’esigenza di dare voce a un percorso, non di presentare progetti.
Thaloria, Arkanis, Venere e tutto ciò che è venuto dopo sono forme diverse di una stessa visione, ma qui lo sguardo è rivolto all’origine: al processo, alle fratture, alle scelte e alle trasformazioni che le hanno rese possibili.
È un dialogo che attraversa il lavoro, la vita e il sentire, senza separarli.

In questo momento, nel mezzo di una trasformazione importante, da dove stai parlando oggi?
In questo momento sto parlando da un luogo che non è ancora del tutto stabile, ma è autentico.
Negli ultimi mesi ho attraversato una trasformazione molto profonda, reale, che ha coinvolto il mio corpo, la mia energia e il mio modo di stare nel mondo.
Per molto tempo mi sono riconosciuta in un ruolo, in una definizione.
Poi quella definizione ha smesso di bastarmi.
Il passaggio non è stato semplice, perché cambiare livello di consapevolezza comporta sempre delle conseguenze.
Oggi non sento il bisogno di etichettarmi.
Sto parlando da un punto più essenziale, dove non cerco più di “diventare qualcosa”, ma di abitare ciò che sono mentre cambia.
Ed è da lì che nascono le cose che creo oggi.
Da dove è nata davvero Thaloria?
Cosa stava accadendo nella tua vita quando ha iniziato a prendere forma?
Thaloria ha iniziato a prendere forma in seguito a un incontro.
Era un periodo preciso, tra la fine di marzo e l’inizio dell’estate dell’anno scorso, in cui il mio equilibrio apparente si è completamente ribaltato.
Non è stato solo un cambiamento emotivo o personale, ma qualcosa che ha agito su un livello più profondo, sottile.
È stata una vera e propria rivelazione, come se fossi stata chiamata a attraversare una soglia per entrare in un caos che non era distruzione, ma origine.
In quel passaggio ho vissuto una sorta di regressione, un ritorno ai primordi, per poi rientrare nella realtà con uno sguardo completamente diverso.
Durante questo processo ho imparato — e sto ancora imparando — moltissime cose.
Thaloria è nata lì: da una trasformazione attivata da un incontro che, senza volerlo, ha aperto in me un canale di conoscenza profonda.
Un’esperienza che ha dato forma a un rituale e, da quel rituale, a tutto ciò che è venuto dopo.
Com’è stato restare dentro questa trasformazione senza poterla davvero condividere con chi l’aveva innescata? E cosa ti ha insegnato, sul modo in cui vivi i legami?
È stato estremamente doloroso.
Un dolore molto grande, di quelli che tolgono il fiato e, per un periodo, tolgono anche il desiderio di stare al mondo.
Rimanere dentro una trasformazione così profonda senza poterla condividere con chi l’aveva innescata è stato uno dei passaggi più difficili del mio percorso.
Mi sono trovata sola davanti a qualcosa di enorme, senza appigli esterni.
In quel punto, però, ho fatto una scelta molto netta.
Invece di lasciarmi schiacciare da quella consapevolezza, ho deciso di trasformarla in una capacità da mettere al servizio degli altri.
Non è stato un atto eroico, ma una necessità.
Era l’unico modo per non smettere di vivere, per attraversare il dolore senza farmene distruggere.
Questo mi ha insegnato che i legami veri non si misurano solo nella presenza fisica, ma nella capacità di reggere la verità di ciò che si muove dentro di noi, anche quando è scomoda, anche quando è solitaria.
Quando hai capito che quello che stavi vivendo non era solo tuo, ma poteva diventare uno spazio anche per gli altri? E cosa ti ha fatto capire che non stavi fuggendo dal dolore, ma trasformandolo?
In realtà, questo l’ho sempre saputo.
Fin dall’inizio ho avuto la percezione di portare una conoscenza profonda, non evidente a tutti, qualcosa che faceva parte di me da sempre.
Metterla al servizio degli altri è stato naturale.
Non è stata una decisione costruita, ma una conseguenza spontanea del mio modo di essere.
So che questo dono aiuta, e per me aiutare le persone nei momenti di dubbio, di confusione, di mancanza di lucidità, è qualcosa di istintivo.
Non ho mai avuto la sensazione di stare fuggendo dal dolore.
Io non fuggo.
Affronto le difficoltà direttamente, qualunque emozione portino con sé.
Trasformare quello che stavo vivendo non significava evitarlo, ma attraversarlo con presenza, mettendolo in movimento invece di lasciarlo stagnare.
È così che funziona il mio modo di stare nella vita: davanti alle difficoltà, entro in prima linea.
Cosa ti è costato, nella tua vita personale, essere sempre quella che regge, che vede, che trasforma?
C’è stato un momento in cui avresti voluto semplicemente poter essere fragile, senza dover fare nulla di tutto questo?
Mi è costato tutto.
E quando dico tutto, intendo davvero tutto.
Non ho figli, non ho una relazione stabile, non ho una rete di amicizie come molte persone.
Ho perso presenze, legami, e anche una parte importante delle mie radici, come la mancanza di mia madre.
Essere sempre quella che regge ha avuto un prezzo molto alto, su tutti i piani della mia vita.
Allo stesso tempo, però, questa spoliazione mi ha portata a una forma di essenzialità.
Oggi so stare nella mia solitudine senza viverla come un vuoto.
Non perché non senta la mancanza, ma perché ho imparato a bastarmi.
So cosa significa perdere tutto,
e so anche cosa significa avere tutto nel niente.
È una condizione che ti rende profondamente sola, ma anche profondamente lucida.
Dici una frase molto forte: “so cosa significa avere tutto nel niente”.
Cosa significa, per te, avere tutto oggi, quando non ci sono più le forme classiche che di solito lo rappresentano?
Quando vieni spogliato di tutto e ti ritrovi a terra, senza più la forza di andare avanti, hai solo due possibilità:
o resti lì, o piano piano ti rialzi da solo.
Prima ti rimetti in ginocchio, poi in piedi, poi rialzi la testa.
E a un certo punto capisci una cosa fondamentale: che non hai più bisogno di nulla per esistere.
È un processo dolorosissimo, ma ti porta a una verità molto semplice.
Non è una macchina, non è il successo, non è la visibilità, non è il riconoscimento a renderti completo.
Avere tutto, per me, oggi significa essere radicata.
Sapere che la vera ricchezza non sta in ciò che luccica, ma in ciò che nasce dalla terra, dal corpo, dall’essere presenti a se stessi.
Solo quando ti rendi conto di essere tu stessa il tutto,
arriva una forma di serenità che non dipende più da nulla di esterno.
Tu parli spesso di un amore che nasce prima sul piano sottile e solo dopo, eventualmente, su quello concreto. Che cos’è per te l’amore vero? E in cosa si distingue da quello che oggi viene comunemente chiamato amore?
Per me l’amore vero nasce prima sul piano sottile e solo dopo, se deve, prende forma su quello concreto.
È un tema enorme, e parlarne in poco tempo significa toccarne solo la superficie, ma ci provo.
Un amore che nasce sul piano sottile non viaggia attraverso le dinamiche sociali classiche:
non è fatto di dimostrazioni continue, di richieste, di controllo, di aspettative.
Non è “mi porti fuori”, “mi dici che mi ami”, “perché non mi rispondi subito”.
Quello non è amore.
È bisogno, possesso, ego, spesso narcisismo.
L’amore sul piano sottile è un incontro tra due anime che riconoscono la stessa frequenza.
È pace. È quiete. È sapere che nulla e nessuno può rompere quel legame, perché non vive nella paura di perdere.
È qualcosa che si sente, non che si dimostra.
Nasce dal profondo, dal cuore, dallo spirito.
E quando incontri quella persona, anche se non puoi averla accanto per mille motivi, non la dimentichi più.
Non c’è dipendenza in questo tipo di amore.
C’è presenza.
C’è riconoscimento.
C’è un legame che esiste anche nel silenzio.
Se questo tipo di amore è così pieno e percepibile anche senza una presenza concreta quotidiana,
come si fa a vivere su questa terra senza isolarsi?
Come si tiene insieme il piano sottile e la realtà di tutti i giorni?
Il piano sottile e il piano concreto non sono separati.
Sono fusi. È per questo che, quando nasciamo, non ricordiamo: perché altrimenti sarebbe impossibile abitare questa realtà.
Un amore che nasce sul piano sottile arriva da molto lontano.
Ha a che fare con legami antichi, karmici, animici.
Anime che si cercano e si riconoscono attraverso il tempo, non attraverso le circostanze.
Quando hai la fortuna di incontrare quell’anima anche su questa terra, allora non c’è divisione:
si parla di amore universale e amore terreno insieme, vissuti nello stesso spazio.
Il problema oggi non è l’amore, ma il modo in cui viene vissuto.
È diventato consumo, scambio, compensazione della solitudine.
Si confonde l’innamoramento con l’abitudine, il bisogno con l’amore.
Vivere questo tipo di consapevolezza non porta isolamento, se è radicata.
Porta lucidità.
Ti permette di riconoscere ciò che è vero da ciò che è solo illusione.
E quando sei radicata, puoi stare anche nella semplicità più totale:
a casa, in silenzio, a parlare.
Senza bisogno di dimostrare nulla.
Che tipo di presenza sei oggi, in una relazione? E che tipo di presenza, invece, non sei più disposta ad accettare accanto a te?
Oggi sono una presenza molto attenta e tollerante.
Osservo, ascolto, rifletto prima di reagire.
Tengo conto delle esigenze dell’altro, ma senza annullarmi.
Non mi sento di descrivermi come un ideale.
So solo che, se mi sento rispettata, vista per ciò che sono, amata nel mio modo di sentire e di stare nel mondo, posso dare un amore immenso, profondo, totale.
Allo stesso tempo, dopo molti anni di solitudine reale, ho sviluppato una forte centratura.
Questo mi rende incapace di tollerare dinamiche negative, gratuite o svalutanti.
Se viene meno il rispetto, non so nemmeno dire come reagirei, perché non è più un terreno che riconosco come mio.
Ciò che non sono disposta ad accettare è una presenza falsa, ostile, manipolatoria.
Non solo verso di me, ma verso il mondo.
Una persona che vive nella menzogna o nel conflitto non può stare accanto a me, semplicemente perché non potrei conviverci.
Se oggi qualcuno sentisse il desiderio di avvicinarsi a te, non per prenderti ma per camminare accanto a te, da dove dovrebbe partire?
Da un gesto semplice.
Un “ciao, come stai?”, detto davvero.
Non perché quel gesto basti in sé,
ma perché dentro deve esserci qualcosa che si sente.
Io viaggio con le sensazioni, con ciò che passa sotto pelle.
Se da quel primo contatto non arriva una vibrazione, un’intensità reale,
so già che non c’è storia, in nessun senso.
Per il mio modo di essere, di amare, di stare in questa terra,
ho bisogno di un uomo presente, centrato, solido.
Uno che non abbia paura di una donna che sa stare in piedi da sola.
Questo, però, non ha nulla a che fare con Thaloria, con Arkanis o con ciò che creo.
La mia vita affettiva e la mia visione non si sovrappongono.
Nascono dallo stesso centro, ma non si confondono.
Se un incontro deve accadere, accade tra due persone intere.
Non per colmare un vuoto,
ma per condividere un cammino.
Questa intervista non ha l’obiettivo di offrire risposte definitive, né di costruire un’immagine.
Resta come testimonianza di un percorso ancora in movimento, di una visione che continua a trasformarsi.
Chi legge può fermarsi qui, oppure portare con sé ciò che ha risuonato. Il resto, come sempre, appartiene all’esperienza individuale.



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